Natural Photographer and Natural Photography
“Il compito più alto di un uomo è sottrarre gli animali alla crudeltà” -Emile Zolà-
Bambini gioiosi che urlano e corrono in tutte le direzioni, odore di popcorn e hotdogs nell'aria...circondata da colorate fotografie, ritraenti animali di ogni specie immortalati nelle savane, nelle giungle e nelle praterie dell'intero pianeta, campeggia una scritta a caratteri cubitali: "Zoo". All'ingresso, invitanti bancarelle, gestite da sorridenti venditori, catturano l'attenzione dei visitatori: tra palloncini, enormi pupazzi e zucchero filato, sembra una grande festa.
L'attrazione principale della struttura, motivo di vanto internazionale, sono gli esemplari di panda gigante: lo zoo intero, grazie ai proventi che riceve dallo Stato e da associazioni che credono nei progetti di reintroduzione e salvaguardia di questa minacciata specie, non e' affatto a corto di denaro. Ma i soldi incassati, che fine fanno? Dovrebbero essere utilizzati per assicurare agli animali un certo benessere, affinché si mantengano in salute, e conducano una vita dignitosa...purtroppo, non è così.

”Ricordo distintamente il canto degli uccelli: era mattina presto, e le foglie del bambù erano tutte ricoperte di rugiada, fresca rugiada. Ancora assonato, potevo sentire le gocce scivolare giu' dalle foglie, e ricadere pungenti sulla mia pelliccia infreddolita.
Esse erano per me come una sveglia, la sveglia della foresta. Mi piaceva arrampicarmi, svelto, sui tronchi degli alberi più imponenti: dalla cima, potevo assistere ad uno spettacolo unico. Distese di bambù che parevano infinite ricoprivano i dolci pendii delle colline, le mie colline, le colline dei miei avi, le colline dei panda. Tra i bassi arbusti, la vita intanto si risvegliava: i cuccioli cominciavano a tormentarsi tra loro. Com'era bello vederli giocare, fare le prime esperienze, crescere ogni giorno un po' di piu'.
Ma di tutto questo non e' rimasto nulla. Qualcosa di appuntito mi ha colpito al collo. Un forte bruciore, un'improvvisa sonnolenza. Sono caduto dall'albero.
Non so dove mi trovo: da solo mi aggiro come un'ombra tra quattro muri di cemento. Mangio ancora il bambù, ma questo non e' fresco, la dolce rugiada non addobba da tempo le sue foglie. Non il canto degli uccelli, ma un bastone che sbatte secco sulle pareti della mia prigione e' ora la mia sveglia. Ogni mattina, quando sento il suo rumore sordo, mi chiedo perché. Perché le creature che mi osservano dall'altra parte delle sbarre mi hanno portato via dal mio mondo. Cosa vogliono da me? "Non lasceranno morire di tristezza, in questo luogo orribile, un'essere vivente come loro" sono solito ripetermi.
Ma ogni tanto, quando le vedo ridere e puntare il dito dritto verso di me, quando vedo i loro sguardi distratti sfiorarmi, prima di rivolgersi ad altri pensieri, sospetto che al mio destino, forse, non siano per nulla interessati.
Demoralizzato e prigioniero, attendo solo la fine.”
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”Esiste qualcosa di più bello dell'erba della savana? Io l'amavo. Quando, arsa dal calore del sole, si colorava d'oro e illuminava il paesaggio di nuova luce, mi divertivo a sorvolare le pianure africane. Dall'alto, potevo vedere gruppi di elefanti, branchi di centinaia di gazzelle, le giraffe con i loro lunghi colli. Ricordo il giorno in cui vidi per la prima volta il Kilimanjaro e la sua vetta, coperta da uno strato di candida neve: l'aria era così fresca, e le correnti mi cullavano dolcemente. Ripenso alle tante giornate trascorse a litigare con gli altri maschi! Le nostre gare di canto, per conquistare le femmine, erano faticose, ma non c'era gioia più grande di quella portata da una vittoria schiacciante. E i bagni di sabbia, come dimenticarli? I ruscelli prosciugati, con i loro letti sabbiosi, erano un vero paradiso: i granelli di sabbia ci toglievano di dosso i parassiti, ci rassettavano le belle piume.
Ma che importanza ha ormai? In una voliera, non ci sono femmine di cui contendersi i favori. Il sottile strato di sabbia che ricopre il pavimento, e' pieno di escrementi e schegge: mi farei del male e mi sporcherei.
Un giorno uno di Loro e' entrato, mi ha afferrato brutalmente per le zampe: ho visto la grossa cesoia che aveva in mano. Mentre mi tarpava le ali, non credo sia riuscito a scorgere, nei miei occhi di uccello, la rassegnazione e la profonda disperazione che mi hanno stretto il cuore.”
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”Non lo sopporto più. Il cemento sotto le zampe è freddo, duro e spietato. Come mi manca il lieve solletico che mi facevano le piccole pietre, i ciuffi d’erba, la candida e soffice neve, a contatto con i cuscinetti che tutti noi felini abbiamo sotto le zampe! L'ambiente intorno a me era ideale per la caccia: nascondigli ovunque. Ogni angusto anfratto poteva essere adatto allo scopo. Nel silenzio più assoluto, attendevo la preda pazientemente. Ciò che ricordo con maggiore nostalgia è proprio questo. L'odore di un coniglio percepito a centinaia di metri di distanza, l'adrenalina che scorre nelle vene fino al momento dell'attacco, i muscoli in tensione pronti a scattare.
Qui all'inferno, mille rumori sconosciuti e assordanti hanno preso il posto del silenzio delle pietre e della neve. A pochi metri da me, oltre le sbarre, potenziali prede mi osservano, consapevoli di essere al sicuro. Il loro odore non è diverso da quello di un cervo o di un coniglio: la mia fame aumenta, ho bisogno di carne, un bisogno disperato. Quando nella mia ciotola, invece, trovo solo croccantini e scarti di pollo, ruggisco a lungo, voglio uscire, voglio uscire e ruggisco! Ma niente. Le mie grida rimbombano tra i muri di cemento, e lacerano i miei timpani. Piena di rabbia, con gli artigli che ero solita limare sulle cortecce degli alberi, graffio le pareti, fino a creare solchi profondi nel cemento. Giro in tondo, cercando, in questo perimetro di una decina di metri, una via di fuga che non esiste.”
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”Tutto il giorno. Ventiquattro ore su ventiquattro, e' buio attorno a me. Solo una debole luce rossastra rischiara un poco la mia prigione di vetro. Gli umani mi hanno confinato, insieme a tanti altri animali notturni, in una zona dove il sole non batte mai: facciamo parte della sezione più cupa dello zoo, quella denominata "gli abitanti del buio". Per me non esiste più la distinzione tra di' e notte, non riesco a dormire. Ogni tanto, un topo morto viene gettato nella mia gabbia, attraverso una piccola apertura. Provo ad assaggiarlo, ma e' congelato, puzza di marcio. Ah, come mi mancano le battute di caccia a mezzanotte...nell'oscurita' più profonda volavo silenzioso, guidato dall'istinto e dall'udito finissimo. In un attimo ero sul roditore e lo stringevo nella morsa dei miei artigli. Non aveva scampo. Era la natura, un ciclo preda-predatore dove facevo del male solo per sopravvivere. Perché gli umani, ora fanno del male a me? Verranno un giorno a tirarmi fuori da qui per mangiarmi? Ho paura. Fisso il lucchetto che, inamovibile, serra la porta che mi separa dalla libertà.”
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”Il re della savana. Ecco come mi chiamavano. Se chiudo gli occhi, rivedo me stesso, giovane leone, mentre sonnecchiavo all'ombra di un maestoso baobab. Attorniato da un harem di leonesse e da numerosi cuccioli, mi sentivo potente e invincibile. Con un colpo inferto dalle mie zampe possenti, avevo la possibilità di decidere: tu vivi, tu muori. Un potere immenso, che pero' ho sempre cercato di utilizzare in modo giusto. Le gazzelle, le scimmie, le iene...avevano paura di me. E chi non aveva paura di me, comunque, mi rispettava. Che ne e' del re, adesso? E' caduto. E non ha possibilità di rialzarsi. Con se' ha una leonessa, ma anche l'istinto riproduttivo lo ha abbandonato: nessun cucciolo nascerà in questa prigione di metallo e cemento. Il vento dell'Africa non sibilerà mai più tra i peli della mia criniera. Sono stanco. Chiudo di nuovo gli occhi, sperando di non aprirli mai più.”
Gli animali, come noi uomini, hanno dei sentimenti, ma a differenza della nostra specie, in grado di esprimersi con un linguaggio complesso e ricco di sfumature, essi non possono comunicare la loro sofferenza se non con gemiti indistinti. Noi non riusciamo a capirli, forse nemmeno ci proviamo. E’ per questo che ho voluto dare io stesso una voce a questi esseri sofferenti, rinchiusi in una gabbia, condannati ad un orribile destino. Ma sono veramente necessarie le mie parole? Guardate i grandi occhi della tigre ritatta nella fotografia a fondo pagina: quanto a lungo potremo ancora far finta di non vedere gli altri animali per quello che realmente sono, cioè esseri sensibili, capaci di provare gioia, dolore, paura? Se ognuno di noi aprisse gli occhi e facesse, nel suo piccolo, qualcosa per chiedere la chiusura di queste prigioni, restituiremmo alle creature che si spartiscono con noi il pianeta Terra la loro dignità...sono sicuro che recupereremmo, in parte, anche la nostra.
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