Memories from Beijing

AZZURRO CIELO

“Davanti a me, il tempio del cielo: tetti blu cobalto, ornati da sculture di dragoni, meravigliosi contrasti di colore, un’atmosfera fuori dal tempo.

tempio del cielo

 Superata una prima porta dalle splendide tonalità azzurre, un piccolo e grazioso cortile con lampade sorrette da piedistalli di bianca pietra accoglie i fedeli. Un edificio antico, sorretto da spesse travi di legno decorato, impreziosito da dorati ideogrammi dal significato oscuro, conduce il visitatore ad un lunghissimo viale di accesso, che termina al’ingresso del tempio vero e proprio.

tempio cinese

Prima di iniziare a percorrerlo, mi fermo estasiato ad osservare l’eleganza di questa creazione in pietra: nonostante il tempio sia solitamente molto frequentato, a quest’ora del mattino lo trovo quasi deserto. Due uomini, se si escludono gli altezzosi cipressi e le gazze che tra le loro fronde si inseguono rumorose, sono l’unica forma di vita in cui mi imbatto.

Gli uomini. Uno è chinato a terra, l’altro lo fissa con le mani incrociate dietro la schiena, come rapito da mille pensieri, in rigoroso silenzio. Mi avvicino per vedere meglio. L’uomo in ginocchio ha un grosso pennello nella mano destra: appoggiata al suolo, al suo fianco, una bottiglia d’acqua. Con una ripetitiva serie di raffinati gesti, immerge il pennello nel liquido, in cui è stata diluita una specie di polvere nerastra; cominica poi a tracciare, davanti a sé, sulle lastre di pietra del viale, strani segni e ideogrammi per me indecifrabili.

tempio del cielo di Pechino

Dopo qualche minuto, queste sue parole d’acqua evaporano al sole con la stessa facilità con cui sono venute al mondo: una fine polverina nera è tutto ciò che rimane della loro breve e apparentemente futile esistenza. Mi lascio incantare dal fascino sinuoso delle mosse con cui il pennello scorre sulla dura roccia. Lo scrittore misterioso è un filosofo, che affida i suoi pensieri più intimi al vento: esprimerli con l’acqua è per lui un modo per entrare in sintonia con la natura, una via per sentirsi parte del tutto.”

 

 

 

 

 

 

 SACRO E PROFANO

via sacra di Pechino

“La via sacra, uno dei luoghi più surreali che mi sia mai capitato di visitare. Decine di statue di marmo bianco, raffiguranti animali, soldati e mostri mitologici ornano i fianchi di questa strada lastricata. Sono i guardiani delle Tombe Ming, i guardiani che proteggono le anime dei grandi imperatori del passato. Inanimati cavalli, leoni, cammelli, unicorni ed elefanti di pietra mi osservano dai lati mentre percorro il viale, allegoria della strada verso il paradiso. La luce del tramonto che filtra tra le fronde degli alberi spogli, crea tutt’intorno un’atmosfera sospesa, regalando un’incredibile sensazione di pace interiore. Giunto al termine della via, mi volgo indietro ad ammirare le statue: queste sculture sono capaci di rapire la mente, di offuscare il pensiero, che si perde tra immagini lontane di fastose corti imperiali, templi dai tetti spioventi e antiche leggende cinesi.

la via sacra, cavallo in marmo

Ad un tratto, una voce inattesa, stridente, mi riscuote dal sogno in cui stavo per smarrirmi. Da dove proviene? Assorto nella contemplazione di questo luogo così suggestivo, quasi mi ero dimenticato dell’esistenza di altri esseri umani sulla faccia della Terra. La voce, sempre più chiara, arriva da una casetta in mattoni grigi, dall’aspetto trasandato. Non l’avevo notata prima: sembra quasi che sia apparsa improvvisamente dal nulla. Un muro dell’abitazione è stato raso al suolo per creare una sorta di grande portafinestra a doppia anta, da cui spunta il volto di una signora. E’ illuminato dalla calda luce di una lampadina, che pende dal soffitto. In una lingua che non posso comprendere, la donna mi invita ad acquistare un sacchetto dei suoi semi.

bancarella di semi

Rimango senza parole, folgorato da questa visione tanto differente da quella estatica di pochi minuti prima. Mi pare si palesi, di fronte a me, una delle grandi contraddizioni di questo immenso Paese: dopo essermi smarrito nella magia del più sacro dei luoghi e nella sua atmosfera sognante, è una voce del popolo a riportarmi alla realtà. Questa signora ha il viso segnato dalla fatica, una vita dura alle spalle. Ha bisogno di vendere i suoi semi, non sembra le importi di altro. Gli arcaici spiriti imperiali che vagano per questa valle incantata non paiono toccarle il cuore: vedo solo stanchezza e una indefinita preoccupazione nei suoi occhi a mandorla.

Sgranocchiando alcune arachidi mi allontano dalla casa in mattoni, mentre un dubbio si fa spazio nella mia mente: ciò che ho visto…E’ veramente una contraddizione, oppure si tratta solo di due facce della stessa medaglia? Potrebbero esistere una senza l’altra?”

 

 

 

 

 

 

 LA PREGHIERA DEL MONDO

“Il Palazzo d’Estate: più di tre km quadrati di boschi, laghi, torrenti e dolci colline costellate da magnifici edifici e caratteristiche costruzioni. Arrivato in questo luogo surreale, dichiarato pochi anni fa patrimonio dell’UNESCO, noto il sottile strato di ghiaccio che ricopre gran parte della superficie degli specchi d’acqua: la gelida temperatura invernale e il vento leggero ma pungente tengono lontane le orde di turisti con i loro schiamazzi e i loro passi pesanti. Le poche persone che incontro camminano silenziose e rispettose sui sentieri che si snodano nel parco, apparentemente assorte nei loro pensieri. Il frinire insistente delle cicale viene amplificato in questa sconfinata quiete, e avvolge ogni albero, ogni cespuglio. Ai piedi della Collina della Longevità, osservo la lunga e ripida scalinata che dovrò percorrere per giungere in cima al Tempio buddista, la struttura più alta del Palazzo.

palazzo d'Estate

Con i suoi tetti verdi dalle estremità affusolate, si specchia nel lago sottostante: il rosso acceso delle colonne contrasta vivacemente con il blu intenso della poca acqua non ghiacciata. Dopo aver salito alcuni gradini mi ritrovo in un cortile quadrato.

Al centro, un albero. Solitario. Si può apprezzare la forza con cui le radici, stanche di essere relegate sotto il cemento, si sono fatte largo verso la superficie, per permettere ancora una volta alla natura di non piegarsi al volere degli uomini. Ai numerosi rami dell’albero ribelle, sono appese una miriade di tavolette di legno quadrate.

preghiere cinesi

Sono preghiere. Chiunque può lasciare la propria, sospesa alle legnose propaggini di questa pianta fuori dal comune. Ogni quadratino è colorato di rosso fuoco, e da un lato reca un’iscrizione in cinese. Sull’altra faccia della tavoletta, scritte con pennarelli, penne e matite di ogni genere, campeggiano preghiere che parlano mille lingue. Nonostante il peso che deve sopportare, l’albero pare resistere indomito alle visite di chi cerca in lui e nei suoi rami sottili un motivo di speranza.

Dal punto più elevato della collina la vista è mozzafiato: uno di quei luoghi, sempre più rari da trovare, che permettono alle persone di raccogliersi per un attimo in se stesse e riflettere. E’ un tempio buddista, ma in questo momento mi sembra che questo non abbia importanza. Qui, con i capelli mossi da una brezza leggera, avvolti da mille colori resi ancora più vivi dal profumo dell’incenso, non esistono religioni né divinità. E’ semplicemente la bellezza disarmante di quello che mi circonda a farmi sentire bene: ogni altra cosa pare superflua.

Sbircio, solo per un attimo, all’interno dell’ultimo cortile chiuso al pubblico. Due monaci, affacciati ad una grande finestra, discutono tra loro. I loro sorrisi e le loro parole affiorano dall’oscurità della casa con una luminosità senza pari. Messo in comunicazione con il loro mondo grazie al mirino della macchina fotografica, anche io non posso che sorridere.”

monaci buddisti, Cina

 

 

 

 

 

 

 L'ULTIMO INCHINO

“Il Dagoba bianco, uno dei templi più belli della città, si trova in cima ad una lunga scalinata. Percorrere i gradini di questa ripida scala avvicina al cielo, o almeno così sostiene un’antica tradizione cinese.

Dagoba Bianco, Pechino

Dopo essere giunto sulla soglia del luogo sacro, mi godo il panorama, mentre il sole comincia a tramontare. Trascorsi diversi minuti, mi accingo a tornare indietro, incamminandomi per un lunghissimo viale alberato. Passeggio spensierato, cercando di apprezzare ogni piccolo particolare che mi circonda: un cespuglio in fiore, un passero che spicca il volo, due bambini che si rincorrono.

Ad un tratto, una musica dolce arriva alle mie orecchie. La sento sempre più distintamente, questa melodia semplice, al cui interno si fondono armoniosamente note di flauto e suoni che ricordano il tamburellare della pioggia sulle foglie degli alberi. Non riesco a capire subito da dove provenga: ancora qualche metro e, in riva al lago che sto costeggiando, nascosto da una nebbiolina sottile ed incolore, noto un signore anziano: sta danzando. Ai suoi piedi, uno stereo vecchia maniera, diffonde la misteriosa musica. Mi fermo rispettoso, a qualche metro di distanza, e il vecchio continua a muoversi senza badare alla mia presenza. La sua è una danza lenta, fatta di movimenti sinuosi ed eleganti: l’età avanzata dell’uomo non scalfisce la magia di questo rito. Rivolto verso il Dagoba, dal quale gli ultimi raggi di luce di un sole morente si affacciano timidi su Pechino, l’anziano saluta la notte che si appresta a scendere sulla città, in un inchino senza tempo. 

Dagoba bianco

In questi gesti si può percepire qualcosa di sacro, in grado di ispirare profondo rispetto e reverenza. Se ci si sofferma ad ammirare le movenze del vecchio, è impossibile non cogliere il significato della sua danza: quest’uomo è alla ricerca della cosa forse più importante. L’ armonia: con la natura e con gli altri. Una cosa che pochi nella nostra società si ricordano ancora di andare a cercare. Io ci provo, mi lascio trascinare. Improvvisamente, per un lunghissimo istante, qualcosa accade. Scompaiono dalla mia mente le preoccupazioni e i dubbi, i pensieri negativi come quelli positivi, i ricordi e le speranze. Tutto è stato messo a tacere da una musica mai udita prima.”

tramonto cinese